Simonetta Bonadies e i bambini di Kaloleni: «Non dimentichero’ i loro sorrisi»
La testimonianza di una giovane studentessa, volontaria in Africa
Roma – Simonetta Bonadies, laurea triennale in Psicologia, studentessa a “La Sapienza” di Roma per la specialistica, castrovillarese. La sua vita, tranquilla, normale, cambia dal momento in cui decide di dedicarsi al volontariato e di andare in Africa a portare sollievo a popolazioni indigenti. Nasce un amore senza confini, che Simonetta racconta a “L’Abbraccio”, il mensile della Diocesi di Cassano all’Ionio e che noi riprendiamo per offrire ai nostri lettori una testimonianza, ma anche per sensibilizzare l’opinione pubblica sui veri problemi che affliggono il mondo. Sulla povertà e sulla scala di valori che il consumismo ha falsato. Ma che la crisi economica degli ultimi anni può contribuire a “bonificare”.
«Primo settembre 2009, ore 22,30, aeroporto di Nairobi. Il rombo del motore dell’aereo mi riporta d’improvviso alla realtà, la mia esperienza in Africa è davvero terminata. L’aereo si alza in volo, un ultimo sguardo e Nairobi vista dall’alto è tutta uno scintillio di luci. Chiudo gli occhi e ripercorro in sequenza ogni attimo trascorso nella meravigliosa terra d’Africa.
Ricordo come se fosse successo ieri il mio arrivo a Kaloleni, villaggio in cui ho trscorso l’intero mese di agosto, ospite presso la famiglia Kalu, in una piccola casa dal tetto di paglia e i muri d’argilla.
Kaloleni è stato il luogo in cui ho svolto il mio periodo di volontariato. La mia giornata iniziava molto presto: sveglia alle 5, colazione e di corsa a scuola. Qui trascorrevo l’intera giornata, insieme ad altri sette volontari. Le nostre mansioni erano piuttosto varie: durante la mattinata le attività ci vedevano
impegnati prevalentemente con i bambini, da noi coinvolti in giochi, danze tipiche, pittura, lavori con l’argilla e lezioni di italiano. Non dimenticherò i loro sorrisi, i loro timidi e a volte impauriti sguardi e l’entusiasmo con il quale si incuriosivano ad un nuovo gioco o ad una nuova lingua.
L’altra parte della giornata era invece dedicata a lavori manuali, attraverso i quali abbiamo contribuito alla costruzione di alcune aule all’interno della stessa scuola e allo smaltimento dei rifiuti attraverso la costruzione di una discarica. E’ stata questa, credo, la circostanza in cui mi sono sentita veramente accettata da questo popolo: il lavoro di squadra mi ha reso infatti parte di un gruppo, il loro.
E’ passato più di un mese da quel giorno. Sono a Roma. Sento ancora l’odore di pesce essiccato al sole, di cassava tostata e dei freschi fiori d’Africa. Dentro di me un unico grande desiderio. Farvi ritorno».
Simonetta Bonadies



